lunedì 8 gennaio 2018

Tutto il resto vien da sé di Antonella Zucchini

Questo romanzo, scritto in gran parte in vernacolo toscano, è emozionante e mi ha fatto riappacificare con la lettura dopo che, ahimè, avevo comprato un paio di libri che non avevano “punto”  incontrato i miei gusti.

Ma veniamo a questo, che mi è piaciuto davvero tanto (mi è garbato, mi è garbato!).
Don Carlo Nocentini, sacerdote allevato amorevolmente dai suoi genitori, Loretta e Nedo, una sera vien chiamato al capezzale della madre morente, che gli rivela un  (mezzo) segreto……
Carlo non si capacita di quanto ha sentito dalla madre. Come può lei aver fatto una cosa del genere? Chi è questo Einrich il cui nome la madre gli ha confidato prima di morire? Chi è davvero Alvaro Righi?

Don Carlo inizia quindi una spasmodica ricerca della verità nel passato, perché non sapere vorrebbe dire vivere nel dubbio che sua madre sia stata una poco di buono, così diversa dalla mamma  che  lui ha conosciuto e tanto amato, e questo no, non lo potrebbe sopportare.


Il lettore viene catapultato, dal presente, dal Don Carlo attuale,  nel passato, nella vita di Don Carlo da piccolo, tra le amorevoli cure dei suoi genitori prima e in seminario poi ,e ora ancor più indietro,  in un  piccolo borgo toscano invaso dai tedeschi negli anni della seconda guerra mondiale, tra partigiani, cittadini uccisi per mano dei nemici e altri morti per mano  degli alleati  (tra questi, si ricorda la strage dei piccoli di Sesto Fiorentino, in una delle pagine più commoventi del romanzo), figure meravigliose come quella dell’Uccellaia, donna creduta una mezza strega ma in realtà buona e capace di azioni eroiche;  Spartaco, vivo tra i morti; Don Luigi, coraggioso seppur nella sua umana paura; Bruna, ‘amica’ da perdere più che da trovarsi; matrigne e suocere acide e cattive.

I vigneti fotografati da Laura Bozza
Il motto del romanzo sembra essere “Ama e fa ciò che vuoi, Ama e sarai perdonato” , in ogni caso quel che traspare è un messaggio di speranza per tutti: nonostante le avversità, la morte addirittura, nonostante tutto, occorre avere la forza di fare anche solo un piccolo passo e poi…tutto il resto verrà da sé, come dice Loretta a Carlo.

Di più non posso dire perché rivelare la trama vorrebbe dire in parte togliere il piacere della lettura di questo romanzo  che a mio parere merita davvero di essere acquistato e letto pagina per pagina fino all’ultima ( anzi sapete che vi dico? Io quasi me lo rileggerei daccapo !)






Testo di Laura Bozza

"Il resto vien da sé", Antonella Zucchini, Ciesse Editore
Un insospettato segreto di famiglia, rivelato in punto di morte, sconvolge la vita metodica di un sacerdote.
La ricerca affannosa della verità condurrà don Carlo attraverso un variegato microcosmo che riemerge dal passato e che lo aiuterà a fugare la nebbia della sua vita e a riannodare i fili perduti.
Sullo sfondo la provincia fiorentina, l'invasione tedesca e la straordinaria storia di una donna che ama contro ogni speranza.

martedì 7 novembre 2017

La saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard


E’ un po’ difficile scrivere di questa saga familiare, ambientata a cavallo della seconda guerra mondiale in Inghilterra, senza cadere in spoiler  e senza lasciarsi prendere troppo dall’affetto che provo per questo romanzo.

Questo perché la famiglia dei Cazalet si insinua poco alla volta nella vita del lettore tenendolo incollato fino all’ultima pagina (e anche oltre)  rendendolo di fatto “Cazalet dipendente” e portandolo, alla fine, a considerarsi quasi un membro della famiglia o un amico di vecchia data.
Se, letto questo, state pensando ad una “partenza col botto”, vi sbagliate però, e di grosso.

(foto Laura Bozza)
Il primo volume (“Gli anni della leggerezza”) si protrae a lungo nella descrizione di situazioni apparentemente comuni, di dialoghi più o meno ordinari tra marito e moglie, di giochi all’aperto, riflessioni tra bambini, giornate in spiaggia, trasferimenti in auto (con tanto di autista, of course!)  e pranzi in famiglia. Noioso? Niente affatto.
Al di là delle apparenza, infatti, ogni personaggio cela segreti inconfessabili, tradimenti, aspirazioni mai svelate, speranze,  a volte illusioni, che qui vengono descritte magistralmente; la famiglia dei Cazalet è una vera e propria “acqua cheta” insomma. Il lettore conosce tutti i retroscena e sa che dietro l’aplomb inglese dei personaggi, riuniti per una merenda od una partita di tennis, o seduti tutti composti a tavola, si nasconde ben altro.


La Howard riesce benissimo nel difficile intento di incuriosire il lettore descrivendo semplicemente come scorre la vita all’interno di questa grande famiglia e facendoci affezionare fin da subito ad alcuni  personaggi ( e meno ad altri -ho odiato la vuota Diana, amante di Edward, ed ho provato ripugnanza per lui, soprattutto in un punto preciso del libro). La Howard descrive così bene gli stati d’animo, i pensieri, le paure che mi viene da pensare  che  l’autrice  abbia vissuto in prima persona gran parte di quelle emozioni e le abbia trasformate  in carta scritta (ndr: pare effettivamente che ci siano parecchie affinità tra alcuni aspetti della vita della scrittrice, figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, e il personaggio di Louise).

Elizabeth Jane Howard
Ma veniamo alla trama (prometto, senza spoiler). All’inizio del romanzo troviamo i capostipiti della famiglia Cazalet, commercianti benestanti di legnami, affettuosamente detti il “Generale” (William) e la “Duchessa” (Kitty),  i loro quattro figli (Edward, Hugh, Rupert e Rachel) le nuore e i nipotini,  che d’estate si ritrovano a Home Place, enorme residenza lontana dalla città, per trascorrervi le vacanze.


 Me la immagino chiaramente, Home Place, i fiori curati minuziosamente dalla Duchessa, la grande casa immersa nel freddo clima inglese, la scuderia, i prati verdi, mi immagino le stanze e il vociare dei bambini al loro interno, i tendaggi,  la tavola imbandita, il personale di servizio che ruota intorno ai protagonisti (tra tutti la cuoca Miss Cripps, l’autista Mr. Tonbridge e l’istitutrice Miss Milliment) .

Mi son fatta anche un’idea personale dei personaggi, che dentro di me ho associato fin da subito ad un’immagine fisica ben precisa, che peraltro non sempre corrisponde all’effettiva descrizione fattane dall’autrice (noi lettori sappiamo bene che questo fa parte della “magia” e che è uno dei “problemi” maggiori quando poi si va a vedere la rappresentazione cinematografica del romanzo).

I Cazalet nella serie tv Bbc (2001), diretta da Suri Krishnamma
Edward, affascinante, è sposato con Villy, ma le è infedele; è amante della buona cucina e delle belle cose; Villy dal canto suo tende ad autocompatirsi troppo, è perennemente insoddisfatta di come procede la sua vita per aver abbandonato la carriera di ballerina di danza classica sacrificandola al  matrimonio; Rachel è la sorella non sposata, senza figli, pensa poco a sé stessa e troppo ai suoi genitori ed agli altri in generale, nasconde un (dolce) segreto; Hugh è un uomo buono, la prima guerra mondiale lo ha lasciato con un moncherino al posto di  una mano e fastidiosissimi mal di testa ricorrenti; lui e la moglie Sybil sarebbero una coppia perfetta, se solo sapessero, e si dicessero, cosa  desiderano veramente l’uno dall’altro…… Rupert, artista della famiglia, rimasto vedovo, si è sposato in seconde nozze con la bella  e giovane Zoe, che all’inizio del romanzo appare come una ragazza frivola e capricciosa e fa fatica a far da matrigna ai due piccoli figli di lui, Clary e Neville, che da parte loro non le rendono certo le cose facili. Intorno a loro, gli altri bambini della famiglia, descritti nelle loro fantastiche espressioni, nei loro strampalati discorsi,  giochi e i litigi,  in un quadro di stupore e simpatica tenerezza (i discorsi di Neville e Lydia sono particolarmente spassosi).


La Howard dedica molta attenzione ai personaggi femminili, nel loro essere “donne”, alla Duchessa ed alle nuore (nel primo volume) e poi, a seguire nei volumi successivi, a Polly, Clary e Louise (figlie rispettivamente di Hugh, Rupert e Edward). Queste ultime  tre sono a mio parere il vero motore del romanzo, diventeranno adulte passando attraverso un’infanzia e un’adolescenza non sempre semplice, tra affetti, amicizie, carriere più o meno riuscite, lutti, amori non ricambiati, scivoloni e  matrimoni difficili.

Se, come detto, il primo volume è in sostanza, introduttivo del quadro familiare dei Cazalet, gli altri vi terranno inchiodati dall’inizio alla fine con avvenimenti mai scontati né banali, che si susseguiranno in misura incalzante dal secondo al quinto volume.  La seconda  guerra mondiale verrà descritta quasi esclusivamente dal punto di vista di chi “sta a casa”, a vedersela tra razionamenti, coupon per vestiti, cibi preparati con quel (poco) che si trova, oscuramenti di finestre e la paura di non veder tornare a casa chi si ama. Alla fine, tutto sarà cambiato rispetto alla quiete iniziale (L’ultimo volume si intitola appunto “All Change”- Tutto cambia), ma quel che resterà immutato è il senso di appartenenza alla famiglia come valore fondamentale (nonostante tutto quel che può succedere).

Le ultime pagine vedono infatti i protagonisti che per un’ultima volta si ritrovano tutti (o quasi…)  a Home Place per festeggiare il S. Natale, e la saga si chiude lasciando il lettore così, improvvisamente orfano, dopo circa 3.000 pagine di emozioni. Sono stata  comunque  felice di sapere che i diritti della saga dei Cazalet sono stati acquisiti per la futura realizzazione di una nuova serie tv, spero di vederla presto  in Italia.

Ho amato molto il modo con il quale la Howard è riuscita a descrivere i sentimenti, le dinamiche familiari, e come ha saputo cogliere il punto di vista di ciascuno dei personaggi, nessuno escluso (nel quinto volume troverete addirittura alcune righe riportanti il pensiero di un minuscolo topolino).

Ho acquistato i libri man mano che venivano pubblicati da Fazi e, arrivata all’ultimo volume, l’ho tenuto per un po’ sul comodino per farlo “durare di più”. Una volta aperto però, l’ho letteralmente divorato e finito in meno di una settimana.

Ora non mi resta che leggere gli altri libri della Howard, compresa la sua biografia, e  ogni tanto tornerò a rileggere qualche riga della Saga per ritrovare i miei vecchi amici Cazalet….

(5 volumi pubblicati da Fazi Editore: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, Confusione, Allontanarsi, Tutto Cambia)

Testo di Laura Bozza 
(pubblicato su gentile concessione dell'autrice)

domenica 25 giugno 2017

Tre piani di Eshkol Nevo

Vicino a Tel Aviv, Israele, incontriamo le storie di tre famiglie che hanno come comune denominatore solo il fatto di abitare nello stesso palazzo. Al primo piano troviamo due coppie: Arnon e Ayelet, giovani genitori di Ofri, e Herman e Ruth, gli anziani vicini che saltuariamente si occupano della piccola. Al secondo piano c'è Hani, soprannominata la vedova per le lunghe assenze del marito Assaf. Al terzo e ultimo piano vive Dvora, giudice in pensione che ripercorre la sua vita col marito Michael, ormai defunto.

Le loro storie non si intrecceranno lungo la narrazione, a unirle è un espediente particolare. Ogni piano, come scopriamo nella terza parte, corrisponde infatti a uno i tre luoghi freudiani dell’inconscio:"al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinto, l'Es. Al piano di mezzo abita l'Io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà. E al piano più alto, il terzo, abita sua altezza il Super-io. Che ci richiama all'ordine con severità e ci impone di tenere conto dell'effetto delle nostre azioni sulla società."

Nevo è bravissimo nel rendere diverse le tre voci del romanzo e ne descrive magistralmente la profonda umanità. Tre confessioni più che tre racconti che mettono in risalto tutta la fragilità umana: "Qual è poi il più grande segreto che possiamo nascondere al mondo? Il segreto della nostra vulnerabilità."  I personaggi si svelano completamente al lettore che diventa testimone ma non giudice di tutte le storie perché "i tre piano dell'anima [...] esistono nello spazio tra noi e l'altro, nella distanza tra la nostra bocca e l'orecchio di chi ascolta la nostra storia. [...] L'importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo."

Profondo ma mai pesante,  un libro promosso a pieni voti!

martedì 9 maggio 2017

Ragione e sentimento di Jane Austen

ATTENZIONE SPOILER



Ragione e sentimento è la prima delle opere scritte da Jane Austen, autrice che non ha bisogno di nessuna presentazione tra gli amanti dei classici. Scritto tra il 1792 e il 1810, fu pubblicato nel 1811 in forma anonima. Il successo fu immediato e da allora l'opera resta una delle più amate di tutti i tempi dando vita anche a numerose trasposizioni cinematografiche e televisive.



Le sorelle Dashwood nel film del 1995 diretto da Ang Lee

Il romanzo racconta la storia della famiglia Dashwood. Rimaste senza dimora, Elinor, Marianne, Margaret e la loro madre si ritrovano a dover accettare l'offerta di un piccolo cottage da parte di un parente, tanto gentile quanto invadente. 
Alcuni dei temi tanto cari all’autrice si presentano fin dalle prime pagine: la società del tempo e le sue convenzioni, l’importanza di un buon matrimonio e la scelta del coniuge giusto.


Inizialmente a colpirmi in Ragione e sentimento furono le due protagoniste, Elinor e Marianne, che come le sorelle Bennett di Orgoglio e pregiudizio hanno molto in comune ma caratteri ben distinti. Appare subito evidente come le due sorelle rappresentino la dicotomia espressa nel titolo.

Elinor, la maggiore delle figliole, [...] possedeva una forza d’animo e una perspicace intelligenza che facevano di lei, quantunque appena diciannovenne, la consigliera di sua madre, e spesso l’avevano messa in grado di controbilanciare [...] quell’impulsività che non di rado spingeva la signora Dashwood all’imprudenza. Aveva cuore eccellente, indole affetuosa e sentimenti vivi e profondi, ma sapeva dominarli. (Cap.1)[1]
E se Elinor è chiaramente la ragione, Marianne non può che essere il sentimento:
Le qualità di Marianne erano sotto molri aspetti, del tutto uguali a quelle di Elinor. Ella era acuta e intelligente, ma esagerata in tutto: i suoi dolori, le sue gioie, non conoscevano la moderazione. Era generosa, gentile e interessante: era tutto, tranne che prudente. (Cap.1)

Nonostante questa conflittualità il rapporto tra le due sorelle è sincero e profondo, sfociando a seconda delle situazioni in brevi schermaglie verbali o lunghe dimostrazioni di attaccamento e affetto. Anche se le diversità si notano fin dagli atteggiamenti più semplici, è nel rapporto con i loro innamorati che emergono con più forza. Elinor vive con pacata riservatezza il suo nascente amore per Edward Ferrars, di cui nel quarto capitolo si arrischierà a dire: « Non nego di avere un’alta opinione di lui. Lo stimo moltissimo, gli voglio bene. »(Cap.4).
Parole fin troppo pacate e controllate che faranno indignare la sorella Marianne la quale arriverà ad accusarla di avere un cuore freddo. Di questo amore così freddo sembrano però accorgersi tutti: da Marianne a Margaret, la più piccola delle sorelle Dashwood; dalla signora Dashwood a Fanny, sorella di Edward, tanto sicura di quell'interesse da prendersi il disturbo di scoraggiarlo e ostacolarlo.

Quando Marianne incontrerà Willoughby, invece, ella non avrà nessun tentennamento e mostrerà senza timore il suo attaccamento anche con atteggiamenti spesso giudicati sconvenienti e eccessivi. Elinor non mancherà di sottolineare l’eccesso di disponibilità della sorella che si difenderà dicendo:

Ho peccato contro l’idea convenzionale di decoro; sono stata aperta e sincera dove avrei dovuto essere riserbata, sciocca, noiosa e falsa; se avessi parlato soltanto del tempo e della condizione delle strade e avessi detto una parola ogni dieci minuti, questo rimprovero mi sarebbe stato risparmiato. (Cap.10)

Questi atteggiamenti tanti diversi si riveleranno comunque molto simili nella capacità  di generare malintesi e fraintendimenti. Marianne e la madre sono infatti certe che ci sia stato un impegno tra Elinor e Edward, così come tutti, a eccezione di Elinor, sono convinti che ci sia stato un fidanzamento tra Marianne e Willoughby. Considerato questo aspetto  una riflessione cominciò a farsi strada: davvero lo scopo della Austen era quello di contrapporre due poli e poi decretare un vincitore?
Senza dubbio il tema di Ragione e sentimento aveva una risonanza culturale e storica che andava ben al di là della trama del romanzo. La Austen iniziò la prima stesura di Elinor e Marianne nel 1792, proprio a cavallo di due importanti movimenti letterari: Neoclassicismo e Romanticismo. Elinor rappresenta le qualità del primo: razionalità, giudizio, moderazione, equilibrio. Marianne, naturalmente, raffigura le qualità del secolo nuovo, associato al culto della sensibilità, senza dimenticare idealismo, eccesso e la passione per la natura: quante volte  Marianne sospira di fronte a un bel paesaggio o pensando «al caro, caro Norland?»


Emma Thompson e Hugh Grant nella parte di Elinor e Edward
Questo romanzo però non può essere visto semplicemente come uno studio di contrasti. Come accennato, questa teoria perde presto la sua consistenza. Difatti, Elinor, pur rappresentando la ragione, non manca di sentimento, e Marianne, sebbene rappresenti la sensibilità, non sempre è sciocca e testarda. Ragione e sentimento più che una tesi da dimostrare ci appaiono, continuando la lettura, come un punto di partenza per uno scambievole dialogo. Elinor imparerà qualcosa da Marianne e Marianne imparerà molto da Elinor.


Qual è allora il tema principale del romanzo? Le riletture avvenute nel corso degli anni mi hanno portato ad amare molto Ragione e sentimento e a trovarlo più simile a Persuasione che a Orgoglio e pregiudizio, «ma malgrado le apparenti somiglianze di contenuto, ogni romanzo della Austen è radicalmente diverso dagli altri. Ogni volta ebbe un’illuminazione [...]. Ogni volta l’atmosfera è diversa, e ci sembra di camminare in un cosmo inventato da un altro creatore»[2].


 Pensando al gioco di coppie creato dalla Austen non è troppo fantasioso dire che il tema proprio di questo romanzo siano le seconde possibilità. Tanto per cominciare la signora Dashwood, madre delle protagoniste, è la seconda moglie del signor Dashwood. Non è dato sapere che fine abbia fatto la prima signora Dashwood ma non è difficile immaginarlo tanto era comune all’epoca morire di parto o comunque in giovane età, e che  le seconde nozze erano altrettanto comuni. Anche il misurato e riservato Edward nasconde nel suo passato un primo amore e un fidanzamento sbagliato, da cui dovrà liberarsi prima di poter chiedere la mano di Elinor. Il colonnello Brandon, la cui età secondo Marianne dovrebbe metterlo al riparo da certi coinvolgimenti, si rifarà di un triste amore finito male e lo farà proprio con la bella Marianne, la quale, a sua volta, troverà in lui equilibrio e serenità dopo la profonda delusione vissuta con Willoughby.


Come scrive Silvia Albertazzi, «la politica matrimoniale è alla base di tutti i romanzi austeniani: in una socità in cui alla donna non sono offerte possibilità di carriera al di fuori della famiglia e le nubili sono viste come un peso sociale, la scelta del marito è la più importante dell’esistenza femminile »[3]. Non solo la possibilità di riscatto economico e sociale, o più semplicemente, una decorosa sopravvivenza, dipendono da una scelta ben ponderata, secondo l’autrice, ma la felicità futura nel suo insieme. Per questo la scelta del giusto consorte, e della giusta consorte, è così importante. In tutte le sue opere la Austen ci mostra quali possano essere gli effetti di un matrimonio avventato. In Orgoglio e pregiudizio, ad esempio,  troviamo il signore e la signora Bennett, sposatisi per un’infatuazione giovanile e piuttosto insofferenti in età matura. Mentre in Ragione e sentimento troviamo due chiari esempi di matrimoni sbagliati. Il primo è quello tra John Dashwood e Fanny, in cui, sebbene il matrimonio di per se sembri funzionare, il carattere del marito viene influenzato in modo negativo da quello della moglie.

John Dashwood non aveva la profondità di sentimento propria agli altri membri della famiglia [...]. Egli non era cattivo d’indole, a meno che la freddezza e l’egoismo non siano prove d’indole cattiva. In genere era stimato, perché si comportava con proprietà nell'adempimento dei propri doveri. Lo sarebbe stato anche di più, se avesse avuto una moglie più amabile; sarebbe divenuto migliore, poiché era molto giovane quando la sposò, e molto innamorato. Ma la signora Dashwood accentuava come una caricatura i difetti del marito: era anche più meschina ed egoista. (Cap.1)

Il secondo è il matrimonio tra Mr Palmer e la figlia di Mrs Jennings, in cui, più semplicemente, marito e moglie sono male assortiti. Anche in questo caso un matrimonio iniziato per amore e poco fortunato. Ciò che più conta, secondo la Austen, per contrarre un matrimonio felice sono il buon carattere e la disposizione di entrambi, e la stima e l’affetto reciproci, senza dimenticare la possibilità di una rendita che garantisca una vita decorosa o meglio ancora agiata.

Per tutto ciò è così importante che Edward non si macchi del disonore di infrangere la parola data e che si giustifichi per la condotta tenuta in passato e per il suo fidanzamento giovanile con la bella Lucy. Solo discolpato di tutto e finalmente libero, Edward può dichiarare il suo amore a Elinor ed esserne all’altezza:

Lucy mi era sembrata un modello di amabilità e cortesia. Era carina, anche , o almeno così credevo allora, e conoscevo tanto poco le donne che non potevo fare paragoni, né scorgere difetti. Visto e considerato tutto quanto, perciò, spero si possa riconoscere che il nostro fidanzamento fu una sciocchezza, come poi si è dimostrato in tutti i modi, ma non fu una stravaganza o una imperdonabile follia. (Cap.49)

Il percorso di Marianne risulta invece più complicato perché più grande è il cambiamento che deve fare. Ella pensava di avere trovato in Willoughby la perfezione dell’amore romantico e passionale che disperava già di trovare ma dopo avere capito il suo errore arriva anche la conferma che il giovane non fosse onesto come tutti credevano. Dopo avere udito il racconto del passato di Willoughby e della sua scelta in favore di un matrimonio di interesse, Marianne, ormai maturata, dice:
Adesso sono perfettamente soddisfatta: non chiedo altro. Non avrei mai potuto essere felice con lui dopo avere saputo tutto quanto, e prima o poi l’avrei saputo... Non avrei avuto confidenza, o stima. Nulla avrebbe potuto cancellare quella storia dai miei sentimenti. (Cap.47)

E con queste parole ottiene anche la benedizione di Elinor, che per tutto il romanzo si è battuta per convincere madre e sorella a preferire atteggiamenti più ragionevoli.

Tu consideri la cosa [...] proprio come va considerata da una mente sana e da un’anima buona, e oso dire che riconosci come me, non solo in questa, ma in molte altre circostanze, ragioni sufficienti per convincerti che il tuo matrimonio ti avrebbe trascinata in molti guai e in numerose e inevitabili delusioni [...]. (Cap.47)

Marianne è alla fine pronta a riconoscere i suoi errori, senza rinnegarli, e grazie a questa maturazione è pronta a apprezzare e ricambiare l’amore del colonnello Brandon. È questa una punizione per le sue azioni o piuttosto un premio? Secondo me si tratta decisamente di un premio. Innanzitutto veniamo a sapere che l’attempato colonnello è un uomo capace di sentimenti profondi e di grande lealtà. La tragica storia del suo amore con Eliza lo rendono sempre più simile col trascorrere del tempo a un eroe romantico che si rivelerà anche generoso nell'offrire un aiuto a Edward, ormai rimasto senza l’appoggio della sua famiglia.

Marianne, dal canto suo, ha già avuto la sua punizione e capisce di essere stata solo lei la causa dei suoi mali, arrivando quasi a causare la sua stessa morte:

Ho ripensato al passato; ho visto nel mio comportamento, sin dall'inizio della conoscenza che stringemmo con lui lo scorso autunno, soltanto una serie di imprudenze verso di me, di mancanza di bontà verso gli altri. Ho capito che i miei sentimenti mi avevano preparato le mie sofferenze, e che la mia mancanza di fortezza nel sopportarle mi aveva condotto quasi alla tomba. [...] Se fossi morta... sarebbe stato un suicidio. (Cap.46)

Ma la Austen non fece di Ragione e sentimento un dramma e «il tono è sempre lieve, il conflitto corre spesso sottotraccia, [...] perchè la commedia le garantisce la struttura perfetta per raggiungere l’obiettivo prioritario: analizzare alcuni meccanismi di funzionamento del comportamento umano, sopratutto di quello femminile»[4]. In questo senso Ragione e sentimento appare un po’ il capostipite di due modelli. Il primo, quella della ragazza un po’ avventata, come lo sono Marianne, la Mary Bertam di Mansfield Park e Catherine Morland in Northanger Abbey; e il secondo, la ragazza pragmatica e di carattere come Elizabeth Bennett, Emma, Anne Elliot e, prima di tutte, Elinor.












[1] Tutte le citazione sono tratte da Ragione e sentimento, Bur, 2007, traduzione di Beatrice Boffitto Serra
[2] Pietro Citati, introduzione a Ragione e sentimento, Bur 2007, pp.7
[3] Silvia Albertazzi, in R. Bertinetti (a cura di), Breve storia della letteratura inglese, Torino, Einaudi, 2004, pp.182
[4] R. Bertinetti, introduzione a Persuasione, Torino, Einaudi, 2011, pp.11

domenica 20 novembre 2016

Libri che parlano di libri #2



È da poco tornato in libreria Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Nuova edizione accresciuta (Ella Berthoud, Susan Elderkin), e quale occasione è migliore di questa per una seconda puntata sui libri che parlano di libri?

Pubblicato per la prima volta nel 2013, Curarsi con i libri è una raccolta di rimedi contro malanni fisici e non. Rimedi scrupolasamente letterari, si intede, per disturdi di ogni tipo: mal di testa, mal d’amore, solitudine, reumatismi... ce n’è davvero per tutti i gusti! L’edizione italiana è curata da Fabio Stassi, autore di grande talento e cultura, che ha fatto sua l’idea nel romanzo La lettrice scomparsa (di cui avevamo parlato  qualche tempo fa) in cui in protagonista si reinventa biblioterapeuta.
Un piccolo assaggio per voi:
“DISTURBO: incapacità a concentrarsi. CURA: disconettersi

Quando abbiamo tanti modi per imbrogliare il cervello, dai costanti stimoli visivi di internet all'assalto sonoro dei podcast, la tentazione tattile di un tablet, la dipendenza da social network - tutte cose che offrono gustosi bocconcini da inghiottire e da assaporare - concentrarsi su un libro vuol dire non essere al passo con i tempi. La cosa peggiore è che molti di noi sembrano incapaci, ormai, di concentrarsi su una cosa qualsiasi per un certo periodo di tempo. Siamo così abituati a saltare da un fiore dai colori vivaci a un altro, a passare oltre al minimo accenno di noia o di affaticamento mentale, che mettersi seduti con un libro in mano è scomodo e difficile.
Non permettete che il vostro cervello si nutra di frammenti. Scegliete un pomeriggio alla settimana per disconettervi. Andate da qualche altra parte con un bel libro. Non importa dove, purché vi garantisca qualche ora per pensare senza essere interrotti. Lentamente, il vostro cervello tornerà ad apprezzare gli stimoli dal respiro più ampio, e voi ritroverete calma e continuità.”




Noi lettori conosciamo bene il potere terapeutico dei libri. Sappiamo che i libri sono in grando di accrescere la nostra consapevolezza, la capacità di capire e accetare la vita, trovare una risposta alle nostre domande. A tutto ciò Harold Bloom ha dedicato il suo La saggezza dei libri, volume intensissimo in cui il celebre critico americano ripercorre i testi fondamentali della ultura occidentale: “si trovano testi sapienziali in tutte le culture del mondo: dall’Asia all’Africa, dal Medio Oriente all’Occidente europeo e americano. [...] Queste pagine nascono da un’esigenza personale, rispecchiando la ricerca di una sapienza che sia in grado di portare chiarezza e conforto di fronte ai traumi dell’invecchiamento, della convalescenza dopo gravi malattie, della perdita delle persone che amiamo.”
Si parte dalla Bibbia, con il libro di Giobbe e le Ecclesiaste, e si attraversano i secoli con Shakespeare e Montaigne, Nietzsche e Proust. Un testo non semplice, non lo nego, ma una guida strepitosa per chi vuole intraprendere questa sfida o chi desidera mettere un po’ in ordine tra le proprie conoscenze letterarie.


Ora è il caso di rilassarci un testo più divertente ma mai superficiale: La sovrana lettrice di Alan Bennet. La regina d’Inghilterra scopre il fascino dei libri e, come molti lettori, cerca di condividere questa nuova ricchezza con chi la circonda. Come reagiranno i suoi sudditi e i componenti del suo entourage? Scopritelo in queste poche pagine di grande finezza in compagnia di una regina deliziosa e irriverente.
“L’attrattiva della letteratura, riflettè, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. [...] I libri non sono per nulla ossequiosi.”






Potete trovare libri che parlano di libri a questo link

mercoledì 2 novembre 2016

Ninfee nere di Michel Bussi

A Giverny, paesino poco lontano da Parigi, tutto ruota attorno alla figura del grande pittore Monet e delle sue ninfee. Anche quando viene rinvenuto il cadavere di un chirurgo del luogo, Jerome Morval, la soluzione sembra essere nasconsta tra le tele, vere o presunte, del celebre pittore.

Non voglio dilungarmi troppo parlando di questo libro per non rovinare la lettura a chi ancora dovesse leggerlo ma certo è che raramente un libro riesce a stupirmi in questo modo.

Fin dalle prime pagine si entra in un mondo quasi fiabesco: "Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. [...] La prima si vestiva sempre di nero, la seconda si truccava per l'amante, la terza si faceva le trecce perché svolazzassero nel vento."
Tre donne e tre uomini per un mistero che cresce per tutto il libro fino al chiarimento finale che è davvero originale.
Un impianto narrativo notevole e, vi giuro, alla fine avrei voluto leggerlo da capo per scovare quegli indizi sapientemente nascosti dall'autore!


La mite di Dostoevskij

Dostoevskij non ha bisogno di presentazioni e tutti quanti lo conosciamo per i suoi grandi capolavori da Delitto e castigo a L'idiota, fino a I fratelli Karamazov (anche se magari li conosciamo solo di fama).
Oggi vorrei parlarvi di uno dei suoi racconti, La mite, contenuto in quello zibaldone dostoevskijano che è Diario di uno scrittore.
La storia si ispira a un fatto di cronaca: la giovane Maria che, recatasi da Mosca a Pietroburgo contando solo sulle forze, si gettò dall'abbaino di un palazzo stringendo a se un'immagine della Vergine.
Dostoevskij avvia la narrazione a tragedia già avvenuta:
       
                "Ecco, finchè lei è qui, tutto va ancora bene: mi avvicino e la guardo ogni minuto;
                 ma domani la porteranno via e come farò quando rimarrò solo?"

Il narratore parla a ruota libera ripercorrendo la loro storia: il primo incontro, il desiderio di salvare la giovane dal controllo delle due zie e dall'obbligo di un matrimonio non voluto, il matrimonio salvatore e la spirale drammatica.
   
                 "Chi cominciò per primo? Nessuno. Cominciò da sé fin dalla prima mossa."

L'entusiasmo iniziale di lei viene piegato dalla freddezza di lui fino a portarla alla ribellione e alla malattia.
Ma come cresce questa ostilità coniugale? Non ci è dato saperlo. Dostoevskij infatti non credeva nelle spiegazioni logiche o psicologiche degli avvenimenti umani.
Ed è proprio questa assenza di spiegazioni il filo conduttore del racconto che si snoda lungo le domande e i dubbi del narratore che finisce col passare in secondo piano rispetto alla mite, vera protagonista.
La vicenda, di estrema semplicità narrativa, si rivela di inestricabile complessità psicologica e la mite pian piano si trasforma in una donna determinata, per nulla disposta a scendere a compromessi.
In poche pagine Dostoevskij riesce anche questa volta a raccontare l'animo umano e le sue profondità. Un'occasione per scoprire questo grande autore o per conoscerlo meglio.